Investito e ucciso sulla bicicletta lungo la Ss106

Banna Jallow non ce l’ha fatta, alle 23.35 del 14 giugno è morto a seguito delle gravi ferite riportate nell’incidente avuto lungo ala Ss106, nei pressi dello svincolo per il Porto di Corigliano. L’investitore è fuggito, non ha neanche chiamato i soccorsi, non si è costituito. Solo nel tardo pomeriggio del giorno dopo si è appreso che ha tentato di fare sparire la macchina, dopo averla lavata, ed ha cercato di fare come nulla fosse accaduto. E’ morta una persona, uccisa investita da un’auto, ma qualcuno ha pensato di riuscir a fare passare la cosa come se non fosse accaduto nulla. E’ questa considerazione del nulla che fa paura, che indigna e che dovrebbe fare riflettere proprio in questo particolare momento storico. Banna Jallow, 18 anni, del Gambia, rifugiato politico in Italia, era un ragazzo come tutti gli altri. Sicuramente più sfortunato di tanti altri, costretto a fuggire dalla sua famiglia e dalla sua terra, per problemi e situazioni più grandi di lui. Ha dovuto lottare per sopravvivere in Gambia, per sopravvivere a tutte le sopraffazioni che subiscono i migranti africani nei loro tragici viaggi che li portano nel Mediterraneo a bordo di barconi fatiscenti in cerca di fortuna in Europa, per sopravvivere alle difficoltà di una nuova vita in Italia in prospettiva di un lavoro e di un nuovo viaggio verso il centro Europa. Ma non ce l’ha fatta a causa di qualcuno che l’ha investito con la sua bicicletta e abbandonato sul ciglio di una strada maledetta, senza fermarsi per vedere come stava, senza chiamare i soccorsi in tempo per, magari, salvarlo, senza neanche presentarsi alle forze dell’ordine per assumersi le proprie responsabilità. Banna Jallow è morto con il corpo distrutto e con tutte le sue speranze svanite nella nulla, questa volta si.

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